Dislessici si Nasce o si Diventa

Introduzione

Storie di bambini…….ovvero il malinteso della dislessia

C’ era una volta un bambino qualunque che tutte le mattine si alzava per andare a scuola piangendo. Appena si svegliava cominciava a lamentarsi : “ non voglio andare a scuola perche’ mi prendono in giro!... La maestra mi dice sempre non voglio impegnarmi!....matteo mi prende sempre le matite e allora lo picchio….” La mamma era molto preoccupata perche’ il suo bambino era sempre stato allegro e socievole,di carattere docile e da qualche tempo,in effetti , la maestra continuava a chiamarla per dirle che il bambino picchiava sempre i compagni, non stava mai fermo, non voleva scrivere,ecc. Tutte le mattine la mamma raccomandava al bambino di comportarsi bene, di ascoltare la maestra ma quando tornava a scuola a prenderlo era sempre la stessa litania: “…ha fatto questo, non ha fatto quello,ecc.”.
Ormai neanche la mamma voleva piu’ andare a scuola perche’ aveva paura di incontrare gli insegnanti e sentirsi elencare le malefatte del figlio. I genitori degli altri bambini qualche volta protestavano perche’ il bambino picchiava tutti . Che fare? Come mai il bambino che non aveva mai avuto modo di farsi notare alla scuola materna, in pochi mesi si era trasformato nel terrore della classe?
Era sulla bocca di tutti i genitori che cercavano di trovare una via d’uscita indolore, un modo per far capire alla mamma del bambino qualunque che sarebbe stato meglio trovare un’altra classe. Forse c’era incompatibilita’ con gli insegnanti…
Uno psicologo aveva detto che il bambino non voleva crescere, che si trovava bene alla materna e questo era il suo modo per opporsi al cambiamento. A casa il bambino si rifiutava di leggere e scrivere.
La mamma faceva i compiti al posto del bambino, per evitare che si sentisse diverso dagli altri o che dovesse subire i rimproveri dall’insegnante.
Il bambino a volte tentava di copiare delle parole e questo non gli riusciva sempre male, mentre invece non era capace di scrivere da solo, senza copiarlo, nemmeno il suo nome.
Cosi’ trascorse tutta la prima elementaree arrivo’ alla fine dell’anno scolastico con il marchio di bambino difficile, cosi’ ando’ avanti in seconda elementare fin quando una vecchia maestra ai quali i genitori si rivolsero capi’ che il bambino aveva difficolta’ di letto-scrittura e lo indirizzo’ ad una visita specialistica.
Il bambino ando’ da un altro psicologo che gli diagnostico’: dislessia.
Comincio’ cosi’ un lavoro con la lgopedista, lo psicologo e l’insegnantee piano piano i problemi si attenuarono.
E il bambino difficile fu riconosciuto come bambino dislessico.
Ad un anno di distanza il bambino dislessico ha imparato a leggere e scrivere, sta in classe senza difficolta’, ha buone relazioni con i compagni e la mamma ha ricominciato ad andarlo a riprendere a scuola senza sempre essere assalita dal timore di sentirsi dire che il bambino ha qualcosa che non va.


(storia tratta dal libro “ La Dislessia” di Giacomo Stella)

Seconda storia

L ‘orologio sul muro dell’aula e’ sempre piu’ lento. Tic…tac…tic…
“ dai sbrigati! Dai sbrigati! Dai, dai, dai,”. Il bambino bisbiglia sottovoce. Ogni muscolo del suo corpo e’
Teso. Le dita tremano. Le ginocchia strette una all’altra, tremano e si schiacciano contro il muro nell’angolo. Si dondola lentamente avanti e indietro, ma e’ molto attento a non far cadere il fazzoletto bianco piegato, il suo marchio di vergogna, drappeggiato come una bandiera sulla testa.
“dai, ti prego!” Sussura ancora. Poi inspira e improvvisamente si ritrae. Ma non serve; nulla serve. In pochi attimi inizia, prima solo qualche goccia, e poi tutto. In silenzio spera che non ce ne sia tanta da fare una pozza sul pavimento.
Si rannicchia spinge il viso contro il muro. Incrocia i pugni a x, fra le gambe, nella speranza di nascondere la macchia di bagnato.
adesso gli fa piacere non dovere uscire insieme agli altri bambini. Forse se ne saranno andati tutti quando lui dovra’ uscire e nessuno vedra’ nessuno lo prendera’ in giro.
lo ha sperato almeno cento altre volte, ma forse questa e’ la volta buona, non sentira’ quelle orribili parole:
“deficiente!”
“deficiente!”.
“guarda il deficiente!”
“il deficiente si e’ fatto di nuovo la pipi’ addosso!”.
La campanella della fine delle lezioni lo sorprende.
Nell’angolo in mezzo al fragore e allo scalpiccio dei bambini che sciamano verso l’uscita, rimane seduto immobile e spera che nessuno guardi verso di lui. Se potesse diventare invisibile lo farebbe. Fino a che l’aula non rimarra’ vuota, non osera’ fare un movimento, non osera’ emettere un suono.
Mentre il rumore diminuisce il ticchettio dell’orologio accelera. Tic-tac; tic-tac!
A bassissima voce il bambino mormora qualcosa tra se’ e se’.
“ cosa hai detto?”. Tuona una voce dietro di lui.
Se non l’avesse gia’ fatto se la farebbe addosso, ora. Si spinge nell’angolo piu’ forte che puo’ e si fa piccolo piccolo.
Una delle mani che lo ha messo nell’angolo lo afferra per una spalla e lo rigira: “cosa hai detto?” Chiede la voce.
“ho chiesto a dio di non farmi andare in castigo mai piu’”.


(racconto tratto dal libro di Ronal Davis “ Il dono della dislessia”)

I disturbi specifici dell’apprendimento

Definire i disturbi specifici dell’apprendimento non e’ comunque cosa facile; nel corso del tempo sono state date innumerevoli definizioni del problema, ognuna diversa dall’altra a seconda dei parametri che venivano di volta in volta presi come riferimento.
La difficolta’ maggiore sta nel riconoscere i tratti comuni di questi bambini e sopratutti riuscire a distinguere la causa dagli effetti.
Le innumerevoli definizioni possono essere suddivise a grandi linee in due orientamenti: quelli di tipo descrittivi che mirano a individuare le caratteristiche comuni e distintive dei bambini affetti da questi disturbi,
E quelli prettamente cognitivisti , i quali ricercano nel funzionamento mentale le cause delle difficolta’ di apprendimento.
Ad ogni modo, i punti salienti e su quali esiste un sostanziale accordo da parte della comunita’scientifica sono:

  • l’utilizzo del termine specifico “disturbo specifico dell’apprendimento” si riferisce a difficolta’ di lettura (dislessia) di scrittura(disgrazia e disortografia) e di calcolo (discalculia);
  • spesso le difficolta’ di lettura, scrittura e calcolo si presentano insieme;
  • i fattori biologici hanno il loro peso nei disturbi dell’apprendimento;
  • e’ necessario escludere dalla categoria tutti quei bambini le cui difficolta’ scolastiche sono da ricondurre
Ad altri motivi come minorazioni cognitive o sensoriali,problematiche psicologiche e relazionali;
  • l’importanza di distinguere tra disturbi dell’apprendimento e difficolta’ scolastiche e’ evidente se si pensa che se e’ probabile che un bimbo con disturbi dell’apprendimento abbia problemi a scuola non e’ necessariamente vero il contrario.
  • e’ importante distinguere inoltre fra disturbi dell’apprendimento e difficolta’ ad essi correlati che non rientrano in tale categoria.
I disturbi di apprendimento (learning disabilities) costituiscono un termine di carattere generale che si riferisce ad un gruppo etereogeneo di disordini che si manifestano con significativa difficolta’ nell’acquisizione e uso di abilita’ di comprensione del linguaggio orale, espressione linguistica, lettura, scrittura, ragionamento o matematica.
Questi disordini sono intrinsechi all’individuo,presumibilmente legati a disfunzioni del sistema nervoso centrale e possono essere presenti lungo l’intero arco di vita.
Problemi dell’autoregolazione del comportamento,alla percezione e interazione sociale possono essere associati al disturbo di apprendimento ma non costituiscono per se stessi disturbi specifici di apprendimento.
Benché possono verificarsi in concomitanza con altre condizioni di handicap (per esempio, danno sensoriale, ritardo mentale serio disturbo emotivo) o con influenze esterne come le differenze culturali,insegnamento insufficiente o inadatto, i disturbi specifici di apprendimento non sono il risultato di queste condizioni o infuenze.
I disturbi specifici di apprendimento (dsa) comprendono la dislessia(difficolta’ di lettura), la disgrafia (difficolta’ nell’aspetto esecutivo della scrittura) e la didasculia (difficolta’ nell’area matematica).
La dislessia, che e’ la piu’ conosciuta e’ una difficolta’ a leggere in modo corretto e fluente; puo’ essere piu’ o meno grave e spesso e’ associata alla difficolta’ di scrittura e calcolo.

Che cos’ è la dislessia

Di dislessia in questi ultimi anni si sente parlare tanto, e in modi molto diversi.
Dislessia e’ stato il primo termine generale per descrivere vari problemi di apprendimento.
C’e’ chi la considera una manifestazione di negligenza o di scarso impegno, chi un modo per esprimere il rifiuto della scuola, chi la considera una vera e propria malattia provocata da un danno cerebrale, o chi ancora una manifestazione di ritardo.
Col tempo tali problemi sono stati suddivisi e classificati per descrivere le varie difficolta’ di apprendimento. Percio’ possiamo ben dire che la dislessia e’ la madre di tutte le difficolta’ di apprendimento. A tutt’oggi vi sono oltre settanta nomi per descriverne i vari aspetti. Inizialmente i ricercatori pensavano che i dislessici avessero qualche lesione cerebrale o nervosa, o una disfunzione congenita che interferiva con i processi mentali necessari alla lettura.
Successivamente verso la fine degli anni venti, il dr. Samuel torrey orton ha ridefinito la dislessia come “lateralizzazione incrociata del cervello”. Questo significava che la parte sinistra del cervello faceva cio’ che doveva fare la parte destra e la parte destra faceva il lavoro della sinistra. Questa era solo un teoria e dopo egli stesso l’ha ritenuta sbagliata.
Ha poi introdotto una seconda teoria, secondo la quale la dislessia era una” dominanza emisferica mista”. Questo significava che a volte la parte destra del cervello faceva quello che doveva essere fatto dalla sinistra, e viceversa.
Oggi vi sono molte teorie diverse su che cosa e’ la dislessia e da cosa viene causata.
La dislessia e’ una sindrome che ha la sua maggiore manifestazione nella difficolta’ dei soggetti colpiti a leggere e scrivere.
Tali difficolta’ non possono essere ricondotte al quoziente d’intelligenza o da problemi di vista o di udito.
La dislessia non e’ una malattia o un problema mentale.
La definizione piu’ recente approvata dall’ international dyslexia association e’: “la dislessia e’ una disabilita’ dell’apprendimento di origine neurobiologica. Essa e’ caratterizzata dalla difficolta’ a effettuare una lettura accurata e fluente e da scarse abilita’ nella scrittura (ortografia). Queste difficolta’ derivano tipicamente da un deficit nella componente fonologica del linguaggio che e’ spesso in rapporto alle altre abilita’ cognitive e alla garanzia di una adeguata istruzione scolastica.
Alcune teorie affermano che il modo di recepire la realta’ del dislessico e’ tridimensionale.
Questa caratteristica si scontra con la realta’ della letto-scrittura che e’ invece bidimensionale:le conseguenze sono un congenito disadattamento del soggetto a tutto quello che ha a che fare con la lettura e scrittura.
Se questo problema non viene compreso nei primi anni di vita da chi ha la responsabilita’ dell’educazione del bambino dislessico le conseguenze possono risultare di una certa gravita’.
Se il bambino dislessico e’ sottoposto ad un metodo di apprendimento usuale, egli riuscira’ con un grande dispendio di energia e concentrazione a ottenere risultati che per i suoi compagni e insegnanti sono banali.
L’eta’ migliore per intervenire e’ quella prescolare, periodo per cui gli interventi specifici hanno un elevata possibilita’ di successo.
Il problema ad operare in eta’ prescolare, e’ che spesso la lateralizzazione si definisce completamente tra i sette e gli otto anni di eta’ circa, anche in soggetti non dislessici, se il problema viene riscontrato a quell’eta’ le possibilita’ di recupero mediante lavoro logopedico
Sono comunque molto elevate.
Non esistono dati in letteratura sul percorso scolastico dei bambini dislessici, ma le poche ricerche esistenti segnalano un tempo di completamento della scolarita’ obbligatoria di un anno rispetto alle attese. Cio’ significa che nell’arco di otto anni un bambino dislessico ne perde mediamente uno di scuola in piu’.
I problemi maggiori nascono quando i bambini dislessici non vengono compresi e passano per fannulloni o addirittura stupidi.
Questo li porta a perdere la propria autostima,ansia, crisi d’identita’ e, purtroppo, molto spesso a rigettare in toto il mondo della scuola rinunciando, in questo modo,
a possibilita’ che la loro intelligenza non standard gli consentirebbe.
La dislessia e’ dunque un disturbo che riguarda unicamente la trasformazione dei segni in suoni e viene messa in evidenza attraverso al lettura ad alta voce.
Il dislessico legge male ad alta voce compiendo molti errori. Cio’ non significa che il disturbo scompaia se un individuo affetto da dislessia legge “ a voce silente”, cioe’ senza pronunciare le parole, ma semplicemente che le difficolta’ di transcodifica vengono evidenziate dalla lettura ad alta voce.
Esistono piu’ forme di dislessia: acquisita ed evolutiva.
Nel caso della dislessia acquisita un soggetto non e’ in grado di leggere normalmente, comincia a compiere errori oppure non riesce piu’ a riconoscere le parole con la stessa facilita’. Di solito queste inattese difficolta’ di decodifica sono la conseguenza di qualche evento patologico che ha determinato lesioni nelle aree corticali che sono coinvolte nel processo di transcodifica.
La dislessia acquisita si manifesta in eta’ adulta, quando non e’ piu’ probabile che si verifichino eventi legati all’invecchiamento del tessuto cerebrale o dell’apparato vascolare.
La dislessia evolutiva si manifesta invece all’inizio del processo di apprendimento della lettura. Il bambino mostra subito difficolta’ a riconoscere le lettere dell’alfabeto, a fissare le corrispondenze fra i segni grafici e i suoni , e ad automatizzarle, cioe’ a compierle in modo rapido e senza sforzo apparente.
La dislessia evolutiva e’ molto piu’ frequente di quella acquisita.

La dislessia e’ sempre esistita?

La dislessia ha una storia abbastanza lunga e consolidata che ha nel tempo precisato la natura del deficit.
Nel 1895 esce per la prima volta su una rivista scientifica un articolo che parla di una strana forma di cecita’ per le parole. Lo scrive un chirurgo oculista inglese, hinshelwood, che ipotizza che questa condizione sia congenita e che sia meno rara di quanto sembri sulla base della scarsa frequenza con cui viene registrata.
In realta’, sostiene hinshelwood, la rarita’ dipende rpobabilmente dal fatto che quando queste difficolta’ si manifestano, non siamo in grado di riconoscerle.
La scarsita’ di strumenti e di conoscenze, a cent’anni di distanza, sembra ancora molto diffusa, dato che molto spesso ancora oggi si fanno le stesse constatazioni di hinshelwood.
Successivamente diversi autori hanno pubblicato relazioni in cui riferivano di casi di ragazzi “mentalmente eccezionali,ma che commettevano i piu’ bizzarri errori nel leggere”, sostenendo l’ipotesi che queste difficolta’ oltre a non dipendere da una piu’ globale incapacita’, fossero di natura costituzionale.
Tra il 1929 e il 1930 si segnalano i contributi di samuel orton, che fece studi per ricercare la correlazione tra fenomeni come il manciniscmo o la lateralizzazione incerta e la dislessia, oppure tra i disturbi del linguaggio e la dislessia.
Orton diede vita negli stati uniti ad un importante movimento di ricerca che si tradusse anche in sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi delle difficolta’ della lettura.
La dislessia non puo’ essere considerata un disturbo dei tempi moderni, in quanto non e’ correlato allo stress della vita attuale. Possiamo dire che e’ sempre esistita, ma che oggi ha assunto maggiore rilevanza con la scolarizzazione di massa.
Piu’ aumenta il numero dei lettori, piu’ aumenta il numero dei dislessici, ma la percentuale rimane invariata.
Nei paesi in cui i bambini non vengono scolarizzati, la dislessia e’ poco frequente perche’ vi sono meno bambini che imparano a leggere.
In italia si parla di dislessia dagli anni ’60.

Definizione e diagnosi secondo il dsm iv

Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (dsm iv), per formulare la diagnosi di dislessia occorre che: il livello raggiunto nella lettura, misurato ai test standardizzati somministrati individualmente sulla precisione, sulla velocita’ o sulla comprensione della lettura, sia sostanzialmente al di sotto di quanto previsto in base all’eta’cronologica del soggetto, alla valutazione psicometrica dell’intelligenza e a un’istruzione adeguata all’eta’.
L’anomalia descritta interferisca in modo significativo con l’apprendimento scolastico o con le attivita’ quotidiane che richiedono capacita’ di lettura; qualora fosse presente un deficit sensoriale le difficolta’ di lettura devono andare al di la’ di quelle solitamente associate al deficit sensoriale in questione. Vanno differenziate le normali variazioni nell’abilita’ di lettura dalla dislessia, che puo’ essere diagnosticata solo se al soggetto sono state fornite adeguate opportunita’ scolstiche e culturali se il suo quoziente intellettivo risulta nella media e se non presenta deficit sensoriali che possano da soli spiegare i problemi di lettura.

Classificazione delle dislessie:
  • dislessie periferiche
  • dislessie da neglect
  • dislessia attenzionale
  • dislessia lettera per lettera (alessia pura)
  • dislessie centrali
  • dislessia superficiale o lettura fonologica
  • dislessia fonologica o lettura visiva
  • dislessia profonda e dislessia diretta
Come si manifesta la dislessia

Il bambino spesso compie nella lettura e nella scrittura errori caratteristici come l’inversione di letture e di numeri ( es. 21-12) e la sotituzione di lettere ( m/n; v/f). A volte non riesce a imparare le tabelline e alcune informazioni in sequenza come le lettere dell’alfabeto, i giorni della settimana, i mesi dell’anno.
Puo’ fare confusione per quanto riguarda i rapporti spaziali e temporali (destra/sinistra; ieri/domani; mesi/giorni) e puo’ avere difficolta’ in alcune abilita’ motorie ( ad esempio allacciarsi le scarpe), nel calcolo, nelle capacita’ di attenzione e di concentrazione.
Spesso il bambino finisce con l’avere problemi psicologici, ma questa e’ una conseguenza, non la causa della dislessia. Anche dopo le elementari persistono forme di lentezza ed errori nella lettura che ostacolano la comprensione del significato del testo scritto. Il bambino appare disorganizzato nelle sue attivita’, sia a casa che a scuola. Ha difficolta’ a copiare dalla lavagna e a prendere nota delle sitruzioni impartite oralmente. Talvolta perde la fiducia in se stesso e puo’ avere alterazioni del comportamento.

Come affrontare la dislessia


“mio figlio legge male, i suoi dettati sono pieni di errori. In classe non riesce a concentrarsi e spesso e’ ripreso dalla maestra. A casa piange,si sente stupido,non vuole andare a scuola. Che succede?” Piera 41 anni e un problema cui ancora non ha dato un nome. (annamaria sacchi il corriere della sera ed. Di milano ,9/4/2006).

Quando qualcuno, genitore insegnante, sospetta di trovarsi di fronte ad un problema dislessico e’ importante che venga al piu’ presto fatta una valutazione diagnostica.
La diagnosi deve essere fatta da specialisti esperti, mediante specifici test, che permette di capire finalmente cosa sta succedendo ed evitare gli errori piu’ comuni come colpevolizzare il bambino (“non impara perche’ non si impegna”) e l’attribuire la causa dei problemi psicologici, errori che determinano sofferenze, frustrazioni e talora disastri irreparabili.
Quando la diagnosi e’ fatta si possono mettere in atto aiuti specifici, tecniche di riabilitazione e di compenso, nonche’ alcuni semplici provvedimenti come la concessione di tempi piu’ lunghi per lo svolgimento di compiti,l’uso della calcolatrice o del computer. I dislessici hanno un diverso modo di imparare ma comunque imparano.
Non sempre e’ facile trovare la persona in grado di identificare il problema; e’ utile consultare figure professionali che se ne occupano ( neuropsichiatria infantile,psicologo,logopedista);proprio perche’ di dislessia dal punto di vista della sindrome se ne parla tantissimo.
La componente psicologica se non viene presa in considerazione tende ad interferire ed aggravare cio’ che gia’ la dislessia di per se’ comporta.
I genitori da quanto si e’ potuto capire fanno fatica ad uscire dal problema invece di interessarsi del bambino coem persona, in questo modo fanno fatica a mantenere in vita le risorse sane che in lui ci sono. La dislessia e’ una parte della struttura del bambino non e’ tutto. Certo il futuro e’ oggetto di ansia per tutti i ragazzi, immaginarsi per chi parte gia’ con delle difficolta’. Se il genitore che ha gia’ un’ esperienza della vita, non riesce ad avere un minimo di progettualita’ per il proprio figlio e’ chiaro che il bambino e’ il primo ad essere annientato.
Quindi l’importante e’ non intaccare le risorse sane che ci sono.

Che immagine del sé si può creare il bambino

L’immagine globale del se’: si riferisce ad una visione tridimensionale del concetto di se’, cioe’ alla visione che ogni soggetto ha di se stesso, come somma ed integrazione di giudizi e convinzioni .
Le immagini specifiche del se’ : sono invece differenziate per ambiti piu’ settoriali ad esempio:
-l’aspetto fisico;
-il rapporto con i coetanei;
-le abilita’ scolastiche;
-le capacita’ sportive

Se’ cognitivo: la rappresentazione che un individuo possiede circa la propria capacita’ di comprendere e di controllare il mondo esterno e il mondo interno con i propri strumenti del pensiero. Una difficolta’ scolastica puo’ rappresentare un’esperienza traumatica in grado di indebolire il se’ cognitivo.
Il se’ cognitivo e’ gia’ operante nel corso della fase di latenza ma raggiunge la sua piena maturita’ all’ingresso in adoloscenza, quando essa diventa una sorta di meccanismo di difesa in grado di esercitare un controllo mentale sulle modificazioni legate al processo adolescenziale. Tutti i fattori in grado di condizionare l’integrita’ del se’ cognitivo hanno una potenzialita’ psicopatologica.
Ognuno di noi ha un immagine del se’ costruita in base a cio’ che ciascuno percepisce di se stesso, in base a cio’ che gli amici rimandano a quello dato da genitori e insegnanti. Se tutto cio’ non funziona e’ chiaro che ilr agazzo viene ad avere un immagine di se’ non buona.
Un’altra cosa fondamentale e’ l’autostima strettamente collegata al voto. Infatti se il ragazzo viene messo a scuola di fronte ad un apprendimento finalizzato al voto e non mirato a dire “ guarda quante cose sai!”; non inizia ad esserci piu’ il piacere della conoscenza.
un disturbo di apprendimento puo’ rappresentare un elemento potenziale di rischio patologico solo quando i fattori concomitanti spesso non direttamente intenti rendono meno efficienti le risorse psichiche del soggetto. Quindi non tanto perche’ il bambino e’ dislessico, perche’ la dislessia non e’ causa di disturbo psicopatologico.
diventa un disturbo quando il bambino ha acquisito ormai una struttura temperamentale intaccata da immagini non adeguate; inoltre se c’e’ una condizione ambientale sfavorevole, che puo’ essere quella scolastica, oppure c’e’ una situazione familiare che non riesce dal “ bunker”, allora piano piano il disturbo psicopatologico associato a dislessia viene costruito. Quindi al dislessia non e’ un disturbo psicopatologico o almeno non dovrebbe crearlo.



Aspetti psicologici e relazionali dei genitori

La storia di eleonora: un genitore racconta

Eleonora fa la quarta elementare.ripenso a quando mi sentivo orgoglioso di avere una figlia che entrava alle elementari. Mi sembrava fatta: stavo consegnando mia figlia alla scuola ufficiale, all’istituzione che educa e fa crescere gli individui, che litrasforma in adulti e sviluppa le loro intelligenze. Era per me una sorta di traguardo perche’ mentre fino a quel punto ogni famiglia fa le scelte e decide come educare i propri figli, con tutte le incertezze sul tipo di scuola, sul momento in cui mandare i figli alla scuola materna, ecc., con la scuola elementare comincia il lungo viaggio che tutti abbiamo percorso e che tutti conosciamo. Insomma, mi ero sentito come quando si consegna il proprio figlio in mani sicure per un lungo viaggio in treno. Non avrei immaginato che quel giorno per me sarebbe iniziato un calvario senza fine.
Eleonora ha cominciato dopo poche settimane a rifiutarsi di andare a scuola. Faceva dei veri e prorpio drammi lei che era sempre stata felice di andare alla materna per giocare. I colloqui con gli insegnanti ci tranquillizzavano: tanti bambini si comportano cosi’ i primi mesima dopo natale ci chiamarono per dirci che eleonora andava aiutata.
Ci ripenso solo oggi dopo che ci hanno detto che e’ dislessica a quanti rimproveri e prediche le abbiamo fatto.
Sapere che nostra figlia e’ dislessica non e’ stata una buona notizia; ci hanno spiegato che questi problemi non se ne vanno facilmente, ma accompagnano il bambino per tutta l’epoca della scolarizzazione.
Cio’ che mi dispiace e’ di non esserci arrivato prima, ma del resto come avrei potuto sapere?

La sensazione che emerge dai racconti dei genitori dei bambini dislessici la dice lunga sul modello di scolarizzazione della nostra societa’. Gia’ nella scuola primaria l’apprendimento viene considerato un’esperienza competitiva fin dai primi anni. Ogni genitore pensa prima di tutto a suo figlio: si sente sollevato e sicuro se non ha problemi di apprendimento. A quel punto tutto va bene:scuola,metodo,insegnante.se invece il proprio figlio ha delle difficolta’ tutto diventa ostico.
In famiglia non si respira certo un’aria migliore. Per la maggior parte dei genitori la scuola e’ importante, e’ al primo posto nella vita dei bambini e dei ragazzi, tutto il resto viene dopo,e se la scuola va a rotoli….non di rado si sente dire ai genitori rispetto alla difficolta’ del figlio: “non me lo aspettavo…mi sembrava un bambino intelligente”.
Il bambino viene considerato dalla famiglia negli aspetti scolastici, la comunicazione ruota sempre intorno alla scuola, mentre vengono trascurate altre componenti della sua vita, quali il gioco, lo sport,il rapporto con i coetanei…
Di fronte ad un disturbo di apprendimento i genitori si sentono spesso non all’altezza della situazione, qualsiasi tentativo di aiutare il figlio sembra vano.
Non di rado i genitori si sentono responsabili delle difficolta’ del figlio e si mettono a caccia delle cause del problema che risveglia spesso vecchi conflitti nella coppia. Non e’ facile individuare delle norme generali di interpretazione della famiglia , semplici e atte a spiegare i singoli casi. E’ noto che genitori di famiglie numerose, avendo in media meno tempo a disposizione, tendono a usare metodi piu’ sbrigativi ed autoritari nei riguardi dei figli mentre i genitori di famiglie di piccole dimensioni mostrano piu’ spesso maggiore disponibilita’ al dialogo.
Talvolta i genitori attribuiscono la responsabilita’ delle difficolta’ del figlio alla mancanza di professionalita’ dei docenti.
L’ingresso nella scuola elementare ha, in questi casi fatto emergere un problema; il bambino non apprende come gli altri, gli altri sanno gia’ leggere e scrivere, lui invece…inizia cosi’ la storia del bambino scolaro, una storia che incerti casi , ha risvolti davvero drammatici, non si riesce a comprendere tutta quella serie di perche’ che permetterebbero di intraprendere percorsi adeguati ed efficaci e si cercano soluzioni spesso dannose, anche se decise in buona fede. Ecco che si sottopongono i figli ad estenuanti esercizi di recupero pomeridiano, si elargiscono punizioni (niente piu’ sport, niente piu’ play station…) e, talvolta si arriva anche a far cambiare scuola al figlio.
Nonostante si parli molto di questi problemi, purtroppo c’e’ ancora scarsa conoscenza e non sempre la diagnosi giunge in tempi accettabili, cosi’ che sia il bambino che la famiglia tutta vivono espserienze frustranti, generatrici di ansia e di clima affettivo non certamente favorevole.








3

Il bambino dislessico nella scuola dell’obbligo: strategie didattiche


L’insegnante e’ il primo vero interfaccia con il bambino ed e’ anche colui a cui e’ affidata la delicata fase di acquisizione della letto-scrittura.
In genere gli insegnanti hanno molta esperienza su come si costruiscono le abilita’ di letto-scrittura.
Gli insegnanti di fronte alla dislessia dovranno usare una didattica di “adattamento”. Questo adattamento puo’ essere effettuato per tutta la classe, in quanto e’ necessaria una didattica non diversa solo per i dislessici ma che tenga conto dei tempi di ognuno .
e’ molto importante ad esempio: evitare la lettura ad alta voce, far usare lo stampato maiuscolo e passare al corsivo e allo stampato minuscolo solo dopo che tutti i suoni siano stati presentati, compresi quelli complessi, effettuare molti giochi linguistici per migliorare la competenza fonologica. Possono inoltre essere adottate una serie di misure volte, o a compensare la difficolta’ del bambino ( strategie compensative), o a dispensarlo dal compito ( strategie dispensative).
le strategie compensative:la disabilita’ di lettura, dopo un primo periodo in cui si giova della rieducazione specialistica, dev’essere affrontata con un approccio piu’ educativo, che accompagna gli sforzi dell’allievo con strumenti compensativi, cioe’ con supporti tecnologici che semplificano l’attivita’ svolgendo una serie di operazioni automatiche il soggetto dislessico ha difficolta’ a svolgere.
Per esempio la lettura ad alta voce di un testo e’ in realta’ un processo automatico di transcodifica, cioe’ di trasformazione di codici, che oggigiorno puo’ essere svolto facilmente da un computer. Questi programmi si avvalgono di sintesi vocale, non sono in grado di comprendere cio’ che leggono, tuttavia trasformano un compito di lettura in un compito di ascolto.
Questa trasformazione e’ di grande utilita’ per il dislessico che cosi’ puo’ ascoltare un testo, ripetendo l’operazione tutte le volte che gli e’ necessario.
La stessa facilitazione e’ costituita dall’impiego della video scrittura che produce due effetti vantaggiosi per il dislessico: da un lato lo assiste segnalandogli gli errori e dall’altro gli consente di rileggere il testo da lui stesso prodotto.
Le facilitazioni informatiche innalzano notevolmente il livello di autonomia del bambino dislessico e gli consentono di studiare come gli altri, acquisendo informazioni per via orale invece che per via scritta senza dover necessariamente dipendere da un lettore. Oppure gli consentono di eseguire le prove di verifica che vengono proposte per iscritto e che generano tante difficolta’ in chi deve non solo leggere le domande, ma anche le risposte a scelta multipla.
In genere la scuola e’ refrattaria all’impiego di questi strumenti.
Al di la’ di un dichiarato entusiasmo, o anche solo di gradimento per il ruolo dell’informatica nei processi di apprendimento, gli insegnanti sono spesso contrari al computer sul banco e, al massimo, lo delimitano all’uso sporadico nell’aula di informatica.
Il dislessico non ha bisogno dell’informatica saltuariamente, ma deve disporne come uno strumento stabile, come una protesi per un disabile motorio.
La disponibilita’ intermittente degli strumenti finisce per essere un ostacolo, piuttosto che una facilitazione.
A volte l’insegnante rifiuta gli strumenti compensativi perche’ non e’ in grado di utilizzarli, non fanno parte del suo patrimonio formativo.
Strategie dispensative: riguardano i tempi di realizzazione delle attivita’ e la valutazione delle prestazioni del bambino:lasciare piu’ tempo per le verifiche, dare compiti piu’ brevi a casa, ritardare l’inserimento di nuovi caratteri di scrittura, accettare le difficolta’ ortografiche, limitare la lettura in classe, dare la possibilita’ di ricopiare meno degli altri, non dover studiare sul proprio compito scritto a mano, somministrare meno verifiche scritte e piu’ orali, infine una diversa considerazione degli errori ai fini della valutazione complessiva della prova.


Le misure dispensative consentono di porre il bambino con disabilita’ specifica in una condizione paritetica con i compagni della classe.
La scuola lascia due possibilita’: o la certificazione con deroga generale alla valutazione, oppure valutazione uguale per tutti.
e’ essenziale che tali misure inoltre siano discusse e concordate tra lo psicologo e i neuropsichiatra che fanno diagnosi ,il terapista e gli insegnanti perche’ si costituisca una rete intorno al bambino e si adotti un approccio omogeneo.
La legislazione attuale permette ai bambini con d.e. di essere aiutati da un insegnante di sostegno.
Il sostegno scolastico puo’ essere utile per:
-adattare la didattica alle necessita’ del bambino con d.e. (funzione di lettore, insegnamento dell’uso del computer, aiuto nel prendere appunti ecc.)
-affiancare l’insegnante di classe nell’organizzazione di attivita’ in piccoli gruppi.
-permettere di orientare la programmazione e la valutazione sulle caratteristiche del bambino ( es. Non valutare gli errori di ortografia).
Non ci sono regole precise ogni situazione va valutata a se generalmente l’insegnante di sostegno, e’ piu’ utile e la sua presenza e’ vissuta meglio dai piu’piccoli (scuola elementare) e all’interno del gruppo classe in quanto le uscite individuali rischiano di essere vissute come marcatura della diversita’.
Un bambino con dislessia evolutiva generalemnte puo’ imparare a parlare una lingua straniera con la stessa facilita’ di un bambino normale ( almeno che non abbia avuto un precedente disturbo di linguaggio), ma imparare a leggere e scrivere della nuova lingua sia nell’apprendimento della lettura e scrittura della lingua madre.
Si consiglia ad un dislessico che debba imparare una seconda lingua , di farlo solo una volta raggiunta la massima sicurezza possibile nella lettura e nella scrittura della sua lingua madre e di sceglierne possibilmente una con base latina, perche’ la scrittura e’ piu’ trasparente.




Approcci metodologici

L’integrazione del metodo davis

Per questo tipo di metodo e’ necessario avere un aiuto che legga e si eserciti ad alta voce. Il pod (protocollo di orientamento di davis) non e’ un manuale da leggere ma sono tecniche da praticare intensivamente, da cinque a sei ore al giorno.
La padronanza dei simboli delle parole scatenanti viene avviata durante il programma, poi completata a casa, con un genitore. Un orario intensivo si e’ rilevato migliore per l’ottenimento di risultati veloci e efficaci.
Un orario di una sola ora al giorno e’ efficace , ma richedera’ piu’ tempo in totale a causa della perdita dell’inerzia tra le varie sessioni.
Affrontre il programma a spizzichi non otterra’ lo scopo globale di correggere realmente la dislessia.
Gli insegnanti dovrebbero trattare questo metodo come un esercizio.
Il protocollo di orientamento e la padronanza dei simboli sono due metodi complemetari ma differenti.
Il pod correge la percezione. La padronanza dei simboli corregge la dislessia. Si e’ rivelata utile se aggiunta a molti programmi per esaltare la creativita’e le competenze linguistiche. I bambi di 7-8- anni si trovano meglio se cominciano con la pdronanza dei simboli. I bambini piu’ piccoli possono imparare i numeri e l’alfabeto facendoli con la creta.
La maggior parte dei dislessici , da otto anni in su, dovrebbe cominciare con il pod perche’ hanno gia’ provato la frustrazione di non sapere leggere o scrivere bene.






Modello di bakker

Bakker ha proposto programmi di potenziamento emisferico attraverso l’uso di stimolazioni tachistoscopiche.
Il programma prevede la stimolazine selettiva dell’emisfero coinvolto nei processi di lettura, tramite manipolazione delle caratteristiche del materiale e del compito in modo da avviare specificamente l’emisfero meno attivo. I risultati ottenuti sembrano mostrare un miglioramento delle prestazioni in seguito alla stimolazione e sono stati replicati con rislutati altrettanto significativi da newby e lyon nel 1991.
Interessanti gli interventi sullo sviluppo delle competenze fonologiche. Questi si fondano sull’importanza del ruolo casuale che i processi metafonologici svolgono nell’attivita’ di letto-scrittura. Se i processi metafonologici sono carenti attivandoli con alcuni programmi di intervento si dovrebbe ottenere un beneficio anche nei compiti sovraordinati gerarchicamente come la lettura e la scrittura.


Metodo:l’apprendimento senza errori

Questo metodo riprende e sviluppa le tecniche di prompting e fading, con l’obiettivo di arrivare ad una gestione cosi’ raffinata degli stimoli di aiuto che il bambino riesce a passare da un obiettivo al successivo senza commettere errori.
Su questa base metodologica vengono realizzate diverse tecniche specifiche ( lancioni,1993ì2) come ad esempio quelle che facilitano l’apprendimento della lettura globale e il riconoscimento di parole attraverso l’uso di disegni sovrapposti alla parola, che progressivamente sfumano e vengono eliminati dalla situazione stimolo (si veda fig.1 allegata , celi, 1989).
Un altro esempio e’ riportato nella fig. 2 in cui si illustrano alcuni passaggi di un programma che utilizza la tecnica “ stimulus shapin” ( modellaggio dello stimolo).
In questo caso la parola presentata al bambino e’ arricchita da un disegno che piano piano, passaggio dopo passaggio , prende la forma della lettera.




Modello di apprendimento della lettura di uta frith

Questo modello ideato nel 1985 spiega come i bambini passino da una totale ignoranza dei rapporti tra linguaggio orale e linguaggio scritto all’automatizzazione dei processi di lettura. Seconod questo modello d’apprendimento, l’acquisizione avviene attraverso 4 fasi tra loro indipendenti.
Ciascuno stadio e’ caratterizzato dall’acquisizione di nuove procedure e dal consolidamento e automatizzazione delle competenze gia’ acquisite.
Stadio logografico: coincide con l’eta’ prescolare. Il bambino riconosce e legge alcune parole in modo globale.
Stadio alfabetico: il bambino impara a discriminare le varie lettere ed e’ in grado di operare la conversione, potendo in questo modo leggere (attraverso la via fonologica) le parole che non conosce.
Stadio ortografico:il bambino impara le regolarita’ proprie della sua lingua.
Stadio lessicale: il bambino riconosce in modo diretto le parole, a questo livello ha formato un vocabolario lessicale che gli permette di leggere le parole e di recuperare il fonema (suono) associato ad ogni grafema (simbolo o lettera).
La completa acquisizione delle prime tre fasi rende completa la modalita’ di lettura tramite la via fonologica. Mentre, il raggiungimento della quarta fase permette al bambino di utilizzare correttamente la via lessicalee di leggere le parole conosciute senza aver bisogno di operare la conversione grafema-fonema.




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Persona, famiglia e scuola nella riforma moratti

La scuola, per quanto costituzionale e istituzione mediatrice tra bisogni collettivi e bisogni individuali, all’interno di un assetto di res publica condiviso.
Cio’ avviente attraverso lo specifico ruolo assegnatole, di costruzione personale e di trasmissione critica dei saperi patrimonio della comunita’ umana di cui la scuola e’ responsabile. Questo significa, nel concreto promuovere e costruire diritti di cittadinanza in cui le istanze dei singoli, riconosciute e valorizzate, non si giustappongono alle istanze collettive ma dialogano costantemente con esse, allo scopo di formare individui sociali liberi e consapevoli.
La riforma moratti configura un ruolo sociale della scuola sostanzialmente diverso sia attraverso l’organizzazione scolastica che nei contenuti proposti per i nuovi programmi.
Per quanto riguarda i primi segmenti scolastici,scuola dell’infanzia e scuola primaria, molte sono le preoccupazioni che la riforma sollevain quei docenti che negli ultimi trent’anni hanno partecipato in prima persona e attravero lavori di progetto e di equipe, al rinnovamento e all’innalzamento dei livelli di qualita’ della scuola.
Tali preoccupazioni sono relative:
Ai contenuti espressei nelle indicazioni nazionali e nelle raccomandazioni generali
Alle nuove attribuzioni di responsabilita’ previste
Alla nuova organizzazione della scuola riformata
Alle garanzie istituzionali che si profilano come necessari nel nuovo quador organizzativo
Alle modalita’ e scenari di approvazione della riforma
All’assenza di risorse finanziarie adeguate a sostegno della riforma stessa.
E’ un dato di fatto che esista intorno alla riforma della scuola appena entrata in vigore un forte deficit di condivisione. In un articolo comparso su un quotidiano individuava due possibili risposte: o la riforma e’ sbagliata, o la riforma e’ stata danneggiata da grossi errori di metabolizzazione dovuti a una scarsa informazione e formazione.
Una comunicazione, un’ informazione sulle novita’ introdotte che anziche’ dare incertezze ha aumentato le incertezze, il disagio.
L’ufficio scolastico regionale si e’ per questo attivato su piu’ fronti.
La comunicazione fornisce e consolida le informazioni occorrenti per un approccio corretto alla riforma.
La formazione costruisce sulle informazini trasmesse e accquisite percorsi di preparazione del personale docente atti a far vivere le novita’ introdotte dalla riforma. La ricerca serve a capire e approfondire le ragioni “storiche” da cui il disegno prende le mosse. Il monitoraggio infine funge da feed-back tra le connessioni tra il piano delle intenzioni e quello delle attuazioni effettive. I principi fondanti della riforma, possiamo raggrupparli in quattro punti: finalita’ educatica dell’istruzione- il rapporto unisco del 1960 afferma che la finalita’ educativa dell’istruzione e’ necessaria per contrastare i condizionamenti sociali e garantire la liberta’ di pensiero e di azione di ogni persona. Il rapporto faure del’70 conferma:la scuola non deve dare solo contenuti ma deve insegnare ad apprendere perche’ ciascuno apprenda ad essere se stesso. Il rapporto unisco sull’educazione del xxi secolo ha ancora meglio esplicitato questi concetti. Una scuola che realizza questa missione educa l’uomo inteso comevalore, come obiettivo di ogni processo coemrisorsa; funzionale al progresso dell’umanita’ la riforma vuole che la scuola consapevolizzi questo ruolo.
Corresponsabilizzazione della famiglia nel percorso formativo- si sposta cosi’ la logica della relazione scuola-famiglia verso forme di partecipazione fra soggetti educativi. La famiglia si rivolge alla scuola per condividere il progetto educativo vicino alla progettualita’ sui figli .
Personalizzazione dei piani studio-il patto educativo scuola-famiglia si sostanzia di piani studio personalizzati e trova una verifica essenziale nelle competenze individuali. Ogni ragazzo ha stili di apprendimento diversi, necessita di metodologie diverse, e soprattutto deve essere guidato nella disciplina non avendo essa per se’ stessa come obiettivo.
Questi gli strumenti introdotti dalla riforma per raggiungere questi obiettivi: monte ore annuale e non settimanale e giornaliero; ore obbligatorie e facoltative; non piu’ programmi ma “obiettivi specifici di apprendimento”; il tutor;didattica laboratoriale; educazione alla convivenza civile.



La legge per chi e’ dislessico propone….

Il problema della tutela dei diritti di chi e’ dislessico e’ particolarmente complesso e aperto a diverse soluzioni.
Attualmente non esiste una normativa specifica e l’associazione italiana dislessia ha presentato una serie di proposte normative che regolino le richieste da parte della scuola nei confronti degli alunni. All’interno della legislazione attuale e’ comunque possibile fare rifermento ad alcuni articoli:

Legge n.517/77 art. 2- scuola elementare: attivita’ organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse;
Legge n.517/77 art. 7 – scuola media: attivita’ scolastiche periodiche in sostituzione delle normali attivita’ per un massimo di 160 ore all’inizio o alla fine dell’anno, secondo un programma di iniziative di integrazione e di sostegno indicato dal consiglio d’istituto o di classe;
Legge n. 59/97 art. 21: autonomia didattica finalizzata al diritto di apprendere; d.p.r. n. 275/99: si riconoscono e valorizzano le diversita’, si promuovono le potenzialita’ di ciascuno, si adottano tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo; si regolano i tempi dell’insegnamento e dello svolgimento delle discipline nel modo piu’ adeguato ai ritmi di apprendimento, utilizzando forme di flessibilita’ come percorsi individualizzati; iniziative di recupero e di sostegno.
legge 104/92 art. 13- integrazione scolastica: l’integrazione scolastica si realizza anche attraverso la dotazione di attrezzature tecniche e sussidi didattici.
Purtroppo i bambin dislessici ancora faticano ad essere accettati a scuola nonostante articoli di legge parlano d’integrazione, di scuola come primo punto di comunicazione con la societa’,prima porta d’immissione nel mondo, nel pieno rispetto delle differenze individuali. Recentemente la circolare prot. N. 4099/a/4 emanata dal miur il 05.10.2004, ha raccomandato agli insegnanti di utilizzare strumenti compensativi e dispensativi che agevolano l’apprendimento di bambini e ragazzi dislessici e di applicare con loro una valutazione finale. Si specifica, che per adottare tali misure possa essere sufficiente la diagnosi psecialistica di disturbo specifico di apprendimento ( o dislessia).
Studio 

Psicologia Giuridica

I campi di indagine e di intervento della Psicologia Giuridica sono molteplici: in ambito civile lo psicologo giuridico o forense può essere chiamato come consulente tecnico dal Giudice o dalle Parti per effettuare una valutazione dell'idoneità genitoriale nei casi di separazione, divorzio e relativo affidamento dei figli minori o nelle richieste di adozione. 

Si tratta di consulenze dove viene spesso richiesta un'analisi di tutti i componenti del nucleo familiare, delle relazioni familiari, dell’ambiente culturale e sociale dei protagonisti.


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